domenica 10 gennaio 2016

NON CI SONO FOTO MA QUALCOSA E' RIMASTO di MATILDE VITTORIA LARICCHIA (Puntoacapo Editrice) - Recensione di Federica Volpe




 Sempre, Durante, Dopo. Questi i nomi delle tre sezioni che compongono la raccolta d'esordio di Matilde Vittoria Laricchia, Non ci sono foto ma qualcosa è rimasto. Emerge già da questa divisione il carattere riflessivo di Matilde Vittoria, che fa del tempo uno dei fenomeni da mettere a fuoco con la macchina fotografica del suo sguardo.

Leggere questa raccolta è passare da una stanza ad un'altra di una grande casa. L'autrice, infatti, usa spesso il campo semantico dell'abitazione, per descriversi o descrivere i suoi stati d'animo: Ed ecco che la sua poesia è “Tegole storte e mattoni rotti / su un letto sfondato. / Non ho altro da offrirvi.”, o eccola dire “E mi vieterò di seguire lo spigolo col dito / dove la luce nettamente si fa ombra / guarderò la facciata nuda, il commento tra ogni mattone uguale / sei piani sparati al sole e chiacchiericcio vibrante di tende e lenzuola”. Si attraversa questa casa cercando di non fare rumore, quasi da intrusi. Eppure ci sentiamo accolti, denudati, capiti nel profondo. Proprio per questo la visita delle 30 poesie scorre veloce, e più si cammina più ci si sente invasi da qualcosa di proprio, e si esce dalla porta, alla fine, con un grazie cullato tra le labbra. 

Questo appagamento, questo senso di comprensione, questo sentirsi riempiti non sono ovviamente ottenibili senza sforzi: si potrebbe camminare per casa e sentirsi estraniati, passare e non capire, vestirsi di evanescenza, come se mai si fosse davvero passati di lì.
La Laricchia, infatti, ha una poesia sapientemente costruita, frutto di indubbie ricerche. Lavora sui suoni, con allitterazioni, consonanze e dissonanze che creano la musica che ci investe, a volte senza permetterci di capire ciò che porta con sé alla prima lettura. Altro strumento fondamentale usato da Matilde Vittoria è la sintassi, che viene usata per confondere il lettore, per chiedergli attenzione di fronte a quel rebus che lei gli propone. Solo così il lettore avrà davvero penetrato la stanza e potrà davvero voltare pagina, e attraversarne un'altra. La sintassi viene spezzata, o è monca di virgole, o ancora abbonda di aggettivi, e chi legge deve mettersi a raccogliere ogni pezzo e sistemarlo, poiché spesso la Laricchia riferisce un aggettivo ad un nome dopo averlo già oltrepassato e averne introdotti degli altri, e grazie alle concordanze riusciamo a ricostruire il senso preciso di ogni parola.

L'autrice ha, più che uno sguardo fotografico, uno sguardo da cinepresa: riprende piccole sequenze e le immortala in poesia (“Perché oggi / sull'erba tra i grilli / - zitto. ascolta – è il giorno più bello”; o ancora, “nel silenzio aperto / […] / ci curavamo / delle persiane strappate dal sale / delle stanze / rotte dal vento”).

Matilde Vittoria si scopre davanti al lettore soprattutto quando si rivolge ad un tu, spesso un tu con il quale intesse o ha intessuto un rapporto d'amore. Proprio per questo la conosciamo nella sua massima sensualità : “Vestimi di verde, questa sera / cingimi coi rami del pitosforo / all'ora del tramonto / quando più respira / fammi tua casa / costruiscimi le mura / per accoglierti e spogliarti” (anche nel tema d'amore ecco tornare la metafora della casa). In amore l'autrice oscilla tra il tema del peccato e del male (“Tacete, capite / vi do il mio peccato, ne ho troppo: / si scioglie in bocca originale / esplode liscio poi vola, / parla la mia stessa lingua contro di me / Si chiama Amore”) ed il tema infantile (”Come i bimbi si scordano in fretta / e ogni giorno è sempre più bello / stammi sdraiato accanto”). 

Il viaggio nelle stanze di Matilde Vittoria Laricchia, cupo e misterioso, è un viaggio di ricostruzione delle poesie per ricostruire l'autrice, che spesso parla di sé come divisa in cocci o in pezzi, e anche una ricostruzione di se stessi, poiché sempre, da un libro intenso, si deduce qualcosa che è un regalo completamente dedicato a noi. 

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