venerdì 15 aprile 2011

Una poesia di Francesco Iannone

Mentre rigiri e fai curve col naso sul mio petto
rintuzzano dolcemente i crani
sul divano noi giochiamo a scorticare i muri
l'intonaco che si sfarina già ci svela
quale colpo è ora il nostro tempo.

(da QUATTRO GIOVIN/ASTRI, A.A.V.V., Edizioni Kolibris, 2010)



Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985, dove vive. Si è laureato in Scienze dei beni culturali con una tesi dal titolo Alfonso Gatto critico d’arte. È risultato vincitore del premio poesia “Lago Gerundo” e “S. Anastasia, sez. Giovani”. Suoi testi sono inclusi nell’antologia Al di là del labirinto, a cura di Antonio Spagnuolo per le edizioni L’arca felice, Salerno. Un suo testo è apparso sulla rivista “ClanDestino”. Suoi inediti sono in corso di pubblicazione sulle riviste “Gradiva” e “Le Voci della Luna” e nell’antologia Quattro giovin/astri di Edizioni Kolibris.

MI SALVO' L'ALA SONORA di Sylvia Pallaracci (Lietocolle) - Recensione di Federica Volpe



Mi salvò l’ala sonora è un vero e proprio canzoniere erotico tutto rivolto ad un “tu” che diviene coprotagonista dell’io poetico.
Il discorso tenuto dalla voce suadente di Sylvia Pallaracci, però, utilizza l’amore e la carne per arrivare al nocciolo duro del suo stesso essere, come se solo il contatto con l’altro possa diventare elemento rivelatore della propria natura, della propria essenza.
In qualche modo l’amore diviene mezzo conoscitivo e di indagine per Sylvia, la quale solo attraverso di esso entra a contatto con la realtà, ma non la realtà esterna e contingente, piuttosto la realtà interna e segreta che diventa campo comune dell’io e del tu, che scivola lento nel noi come in un sogno o in una fiaba.
in La terra di mezzo la poetessa parla “di un appuntamento / sopra un ponte / nella mezza terra / di nessuno / che si fece / Universo / appena afferrammo / e unimmo / i nostri lembi / di vita”.
L’idea dei corpi che si uniscono a formare un mondo a parte nel quale tutto è escluso se non l’amore che essi provano ed esprimono (idea che ricorda molto quella contenuta nella celeberrima lirica I ragazzi che si amano di Jacques Prevert) è ricorrente nell’opera prima della Pallaracci, come una ossessione di congiunzione dei due che nell’amore devono diventare uno, e in quell’uno una risposta, una salvezza.
Nella poesia Fuori stagione, per esempio, troviamo questi versi: “è malizia ermetica / quell’assorbirmi in te / e nel tuo trasporto abissale; // il sole sfora solo / quando divaghi / gli occhi dai miei”.
O ancora, nella lirica Dove ritorna la mia storia vi sono splendidi versi come “Mi aggrappo al tuo corpo / come a un diritto naturale”).
Il corpo (di cui abbiamo infiniti ed interessanti richiami), dunque, è mezzo che porta all’unione per natura, una natura che a volte porta a contrasti interiori, perché l’amore totalizzante rischia di condurre alla spersonalizzazione.
Questo desiderio di congiunzione diviene allora inquietudine, il sogno incubo, la fiaba tragedia. L’essere uno comporterebbe lo scioglimento del proprio io in favore del noi, un io che la poetessa difende con unghie sottili di pensiero, ma affilate come il verso. Proprio per questo l’amore narrato in questa raccolta, che la carne rende affascinante, assume tutte le caratteristiche di una lenta tortura, di un dolore indicibile.
E allora quel “tu” della quartina “Tu mi guardi / di cruda bellezza / come un sole smeraldo / sui greti” (da Per ombre e fuoco) può anche mutarsi in un buio feroce, talvolta in un semplice accettare l’amore come un dono reciproco di salvezza dolorosa (come in Dove ritorna la mia storia: “mani rapaci – quasi crudeli, / per salvarmi - / afferrano i fianchi / sfrontata allento la presa / e mi lascio (s)finire”); (come anche, in E’ solo questione di… : “Curvami all’indietro / e risalimi / come un destino gelido / che rovina dentro il fuoco”), talvolta accusando l’altro di prepotenza, di possesso (come in Sangue (blu): “avvelenato dal male / e da quel dio dannato / che benedici / di avermi creata // così // per te”); (o ancora, in Fuggevole: “mi faccio piccola // perché tu abbia ora paura / a smarrirmi // perché quando entravi tutto / nel mio ventre / ti era difficile immaginarmi / altrove”).
E’ come se l’amore rendesse dipendente solo il “tu”, che diviene amante eppure anche nemico, affine eppure anche opposto.
Tutto questo è sintetizzato in un succo amaro di pochi versi, all’inizio della lirica La costola di Adamo, che fin dal titolo spiega bene il rapporto di dipendenza/indipendenza tra uomo e donna, tra amante e amata: “Io ti piango dentro il fianco / l’amore, che scava un punto / dove potermi ritrovare / sola”.
Infinite altre riflessioni serpeggiano eleganti tra le parole di Sylvia: riflessioni poetiche, metafisiche (alle quali conduce il corpo stesso poiché l’uomo è concepito come un’entità unica ed indivisibile), esistenziali, filosofiche. Tutto è ricucito dal filo rosso dell’amore, poiché componente fondamentale e imprescindibile, naturale e imposta.
La poesia di Sylvia è una nuvola di sogno che prende una forma che pare indelebile per andare a disfarsi sull’azzurro del cielo, un tentativo di connubio tra concreto e astratto, metafisico e corporeo.
Una prima raccolta che lascia la carne senza il suo fiato, per poi rianimarla, come in un eterno tentativo di medicazione.

sabato 2 aprile 2011

LETTERA APERTA AI CARATESI & SONETTO - Federica Volpe

Cari,
Sicuramente affrontiamo ogni giorno problemi più importanti di questo, e allora la questione sembrerà ai più futile od oziosa.
Ma proprio poiché essa, anche se una piccola questione, sarebbe facilmente risolvibile senza complicazione alcuna, non vedo perchè non preoccuparsene, per poi lasciare ogni spazio alle altre mille questioni che paiono più concrete e vitali.
Per l'amore viscerale che ho per il mio (per il nostro!) paese, per l'appartenenza che sento ogni volta che io vi ritorni, o che io vi rimanga, proprio per tutto questo io ritengo la questione un nodo importante da sciogliere insieme.
Carate Brianza è come il mio corpo, ogni via le mie vene, la Villa Cusani il cuore che mi pulsa dentro senza sosta.
Essa, costruzione Seicentesca appartenente al comune, ha splendide mura di quest'epoca a corrergli intorno e a definirne i confini. Queste mura, splendide quanto antiche, rischiano il crollo.
Il comune vorrebbe abbatterle, per ricostruirle in cemento. Per la sicurezza e la salvaguardia dei cittadini prima che della bellezza, se non ci fossero altre soluzioni, acconsentirei immediatamente a tale perdita.
Ma un'altra opzione c'è, invece, e più economica di quella che prevede l'abbattimento del muro e la ricostruzione di esso in inespressivo cemento.
L'altra opzione parla di rispetto per la cultura, per la storia, per gli stessi cittadini che amano il parco e la sua vita misteriosa e suadente.
E allora vi chiedo, perché non risolvere una piccola questione con il minor dispendio e la massima soddifazione?
A voi questo sonetto che poco sa dire dell'immenso amore che mi lega a questo parco, questo parco che è poesia in ogni foglia, in ogni sasso, in ogni passante.



Guardate il parco: quel viso preciso:
il ciglio e i capelli che di verdura
son tessuti; tracciata la natura
da tratti per il passo che il sorriso

sembrano essere o imitare; le guance
il prato curvo; l'occhio lungo e teso
la biblioteca; all'orecchio è appeso
lo scivolo coi bimbi. Giù le lance:

questo contorno del viso la storia
dei passanti, degli amori sa, lento
sguardo che possiede gli avi e la gloria.

Guardate il parco: il muro del Seicento
chiude in ogni sasso una sua memoria.
Con che sguardo ci toccherà il cemento?