mercoledì 27 ottobre 2010

ZUCCHERO E SANGUE di Roberto Deangelis - Recensione di Federica Volpe



I temi della raccolta Zucchero e sangue di Roberto Deangelis sono piuttosto circoscritti ma al contempo approfonditi, come fossero poche ferite nella carne ma abbastanza profonde da condurre l’occhio all’osso.
Il primo tema è quello dell’amore. Roberto sembra essere un’ape che gira di fiore in fiore in cerca di quel qualcosa che ognuno di noi, in fondo, cerca (ogni lirica che parla d’amore, infatti, porta nella dedica un diverso nome di donna) e sembra che l’autore non riesca a trovare ciò che lo attira e lo ossessiona. Questa impossibilità è in parte data dal fatto che Deangelis si sente incompreso dall’oggetto poetico, come capita ad esempio nel componimento Zucchero e sangue(“i miei occhi umidi/sono troppi per te”), in parte dallo spirito libero che contraddistingue l’autore e che gli impedisce di fermarsi ad una sola opzione d’amore, ad un solo sogno di donna (come in La tua Terra Santa: “Ti auguro un amore bianco/che ti porti alla terra/ che non ti ho mai promesso”).
C’è poi una terza parte che è indipendente dalla volontà dell’autore o dalle sue caratteristiche, ma che attraversa la vita di ognuno in quanto uomo: la delusione che l’amore provoca (questo lo si legge, per esempio, in Sei dolore: “ Sei dolore/di chi la vita/l’ha bevuta/da un bicchiere troppo grosso”).
Il secondo tema che percorre la raccolta è quello dell’umano. Roberto si abbandona alle volte a vere e proprie narrazioni poetiche di vite che (reali o immaginate) si vanno ad abbeverare alla penna dell’autore, trasfigurandosi. A proposito di questa tendenza (che trovo particolarmente apprezzabile), Deangelis ci dice, nella poesia Bello guardare: “Bello guardare l’inutile vita degli altri./ Benedizione o maledizione?”; e in Spazzatura: “il vostro dolore/mi prende alla gola/non voglio/non cerco/mi prende/ mi stupra”.
Egli stesso non sa spiegarsi l’attrazione che prova verso quelle storie che riesce a donare attraverso lo specchio dei versi. Conosce solo la vocazione a questo modo di approcciarsi alla vita tramite un ente vivente, quindi raccontare LA vita tramite UNA vita.
Il terzo argomento è quello della poesia. L’autore usa, quindi, la poesia come mezzo per parlare della poesia stessa. Egli lo fa seguendo due diverse linee: una è quella della riflessione sullo scrivere, sui motivi che lo spingono verso tale attività (nella poesia Scrivo: “Scrivo solo per leggere/leggo solo per declamare/declamo solo per apparire/appaio solo per esserci... anch'io”.) come sul ruolo e l’utilità che ha il poeta (da E adesso: “I poeti hanno un segreto/che difficilmente sveleranno:/non possono capire/di non aver capito niente.”); l’altra linea è quella che va a rispettare ed onorare quella che è stata maestra (concreta e vivente!) di poesia per l’autore, la purtroppo recentemente scomparsa Alda Merini. Tramite le dieci poesie a lei dedicate (tra cui i versi: “Ho versato le mie lacrime/nel Naviglio/perché le portasse a te.” da Ho scritto i tuoi versi) Roberto parla di poesia, riflette, vive.
Interessantissima la poesia Cancellami, che viene scritta a mano dall’autore stesso, rafforzando incredibilmente il senso della lirica ed il rapporto tra chi scrive e chi legge.
Concludendo, direi che il testo Zucchero e sangue è, in alcune sue parti, ancora grezzo. La voce di questo autore è ancora un bisbiglio che può divenire grido. “Le pepite migliori” che l’anima di Roberto Deangelis possiede devono essere affinate dal tempo e dalla guerra che ogni poeta affronta (e che solo lui può affrontare per sé) con la carta.
Al di là di questo, alcune figure brillanti, alcuni versi apprezzabili, alcuni pensieri capaci che questo testo porta nel suo grembo fanno credere che, se ben lavorata, la penna di Roberto ci darà cose che potremo apprezzare.

domenica 24 ottobre 2010

I CAMPI SPOGLI - di Roberta D'Aquino

improvvisamente, gli occhi hanno preso
a brillare di pianto, proprio come
un aborto di bomba

era l’aver ricordato che di tanti
non ho più nonni. ne avevo sette
e sono caduti uno ad uno come non fecero
durante la guerra

era l’aver ricordato il sabato fascista
e quel dannato tedesco che strappò
la foglia all’albero, perché vibrava
controvento. Erano le parole della storia
vista dai suoi occhi e solo per questo
erano vere

ma è caduta per quarta. ci ha pensato
il cancro che in agosto miete il grano
maturo. e poi sono caduti tutti
e mi hanno lasciato i campi spogli





La poesia è parola silenziosa e per questo le si affida.
Roberta D'Aquino è nata a Napoli l'11 marzo 1982.

sabato 23 ottobre 2010

"Identità di cenere" (Albatros) di Federico Facchini - Recensione di Federica Volpe



Quello di Federico Facchini è un vero e proprio percorso che va ad indagare la vita e le maschere che troppo spesso la compongono.
Tale cammino, che non nasconde le sue fatiche, esprime tutta l’umanità dell’autore, un autore che ancora cerca la sua lontana voce, che alterna stili, che si sdraia sulla pagina con ordine impreciso.
Temi principali di Facchini sono quello del fingere, del fingersi, degli affetti, delle solitudini, delle passioni.
Molto spesso Federico esprime il suo dissenso nei confronti della vita imprevedibile e meschina con l’immagine del teatro, la quale annette anche l’immagine della maschera, la quale ci è imposta, oppure più semplicemente viene da noi costruita, a difesa o ad attacco.
Altre figure usate per esprimere il disgusto e il rammarico nei confronti della società organizzata e dell’uomo stesso che è responsabile di tale organizzazione sono quelle del manichino, dell’oggetto, contrapposte a quelle del ribelle (nelle quali l’autore si rispecchia pienamente).
“non mi avrete/e il cervello non mi laverete”, scrive Facchini nella poesia Il dissenso, o ancora “Io sono la malattia/e sono la cura,/del vostro organismo”. In Andrò cercando troviamo queste righe a mio parere molto significative e che bene rappresentano come l’autore percepisce la società odierna: “Le rivoluzioni cessano,/le pubblicità ci lavano la testa./l’onda non s’arresta./le auto si scontrano/per provocarsi piacere.”
La tematica della società e dell’uomo come animale sociale al quale la società fa, però, più male che bene, pervade tutto il pensiero di Federico, il quale vede nella scrittura un mezzo per ribellarsi, lamentarsi, gridare, addolorarsi, nella speranza che tutto ciò non sia vano, ma che risvegli le menti dormienti del gregge umano assuefatto al teatrino della vita, nella speranza che qualcosa possa cambiare, migliorare.
Ma al di là del Facchini sociale troviamo un Facchini privato, che parla d’amore (come in Febe in cui l’amata è “L’illusione/di poter essere un volto/oltre la maschera bianca.” o come in Corpi sudati: “Corpi nudi,/delicati,/uniti,/vicini.//Si cercano/i piedi/si sfiorano/le mani).
Altri temi sono quelli dell’adolescenza, e quello della poesia stessa.
In ogni caso mi pare che l’autore si sia occupato maggiormente della componente contenutistica del testo, e abbia lasciato un po’ più in disparte la ricerca linguistica e quella formale (l’editore Albatros non è stato per nulla d’aiuto in questo, lasciando del tutto vergine una bozza che avrebbe dovuto, invece, essere curata, ma questa è una colpa tutta editoriale).
Identità di cenere, dunque, è un testo di un giovane che ancora deve scavare nella cenere della sua identità, e che deve stare attento a non perdersi solo in quella.

lunedì 18 ottobre 2010

FERITE - di Roberto Deangelis

Ferite mi lasciano
lunghi binari sul corpo.

Accade di notte:
una fata
mi strazia la pelle
che fa da vestito.

Si divertono i morti:
tornano
in corpi da fate
gettando sale sulle ferite
ancora aperte da loro.

Amano forse
vederci piangere.

Sono romantici
come nessuno in vita.


(Da "Zucchero e sangue", Linee infinite edizioni, 2010)





"Sono nato a Milano nel 1970, un anno dopo lo sbarco dell'uomo sulla luna.
Da allora - probabilmente per la frustrazione di non esserci potuto andare io sulla luna - fotografo, recito e scrivo.
La poesia è arrivata dopo: una poetessa mi trasmise il virus, e nel farlo mi sorrise con amore.
Attualmente scrivo per ricordarmi chi sono, piango senza lacrime, rido di gusto e mangio yogurt.
Questo è il mio primo libro." (Roberto Deangelis)

sabato 16 ottobre 2010

di Chiara De Luca

a Valentina P.

Poi quando la scopri, la verità, pagata
tanto cara e perciò non più preziosa
hai voglia di affidarla al vento, dirla
a uno sconosciuto sopra un treno
farla a pezzi e spargerla nel fiume
regalarla in un sorriso al panettiere
alla postina al tabaccaio chiedere
loro di ridere di te, bonariamente
al posto tuo, salvare adesso il bene
dal buio in cui di spalle l’hai gettato
farne qualcosa che possa volarsene
via come tu non hai saputo fare


(dalla raccolta inedita "Sulla carta bianca dei giorni", tutti i diritti riservati)



Chiara De Luca corre quindici chilometri al giorno, scrive poesia, narrativa, saggistica e per il teatro. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, olandese. 
Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra)vagante (2006), con Perdisa la pièce teatrale Duetti, con Kolibris le raccolte poetiche La corolla del ricordo (2009, 2010), edita anche in versione bilingue italiano-inglese, con traduzione a fronte di Eileen Sullivan (The Corolla of Memory, 2009), e animali prima del diluvio. Poesie 2006-2009 (2010)
Ha tradotto, tra gli altri, Marcos Ana, John Barnie, Thomas Beller, Pat Boran, Eva Bourke, Jorge Carrera Andrade, John F. Deane, Patrick Deeley, Guy Goffette, Dominique Grandmont, Nigel Jenkins, Thomas Kinsella, Nuno Júdice, Werner Lambersy, Philip McDonagh, Colette Nys-Mazure, Peggy O’Brien, Sabina Naef, Gray Sutherland, Anne Wigley, Liliane Wouters, Enda Wyley. Si occupa di critica di poesia italiana e straniera su riviste e siti letterari. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009). Ha realizzato e gestisce il sito http://italianpoets.wordpress.com, che ospita le opere di circa 140 poeti contemporanei. Si occupa di poesia e video-making. Ha creato le Edizioni Kolibris, dedicate alla diffusione della migliore poesia straniera contemporanea, prediligendo autori mai prima tradotti in italiano: http://www.edizionikolibris

mercoledì 6 ottobre 2010

IGLOO - di Tonino Bergera

Prese una brutta piega il mio sorriso

quando mi disse: “Sai, non t’amo più”.

La luce nei suoi occhi era d’un blu

che le tumefaceva tutto il viso.



All’orizzonte l’ombra del Monviso

pareva un dito medio volto in sù

e, tutt’intorno, il mondo era un igloo

nel quale raggelavo all’improvviso…



Non l’ho mai più scordata: primo amore

che tuttora, in procinto d’esser vecchio,

coltivo da incallito sognatore.



Per lei dolcezze estatiche apparecchio:

al Polo, da “pinguino Imperatore”…

Tesoro, non tiriamo il calcio al secchio!



Tonino Bergera è nato a Cuorgnè (TO) nel 1950.
Ex-tipografo linotipista presso i quotidiani
“Gazzetta del Popolo” e “Tuttosport” di Torino,
ora in pensione, ha iniziato a scrivere per caso
nel 1997 rivelando, da subito, istintiva propensione
per la composizione in rima e metrica.
Autore prolifico, dotato di uno stile che sposa
con singolare efficacia toni ironici e malinconici,
ha all’attivo numerosi sonetti ed altre composizioni,
in italiano come in piemontese.
Ha conseguito alcuni primi e secondi posti
in concorsi vari, tra cui l’ultimo di questi giorni
ad Abbadia S. Salvatore (SI) alla 5ª edizione
del concorso poetico “Un monte di poesia”.
Nel 2004 ha pubblicato, direttamente in tipografia,
tramite l’Associazione “Famija Canavzan-a”
di Rivarolo Canavese di cui è socio,
“Gàbule sgavassà” ("Elucubrazioni a sfogo"),
un volumetto con 120 sonetti in piemontese.

TONINO BERGERA
(acrostico)

Terra canavesana contadina,
Operosa non meno che ridente,
Nel novero m’immise una mattina
In modo casereccio ed accogliente.
Nacqui sopra la tavola, in cucina:
Ostetrica, papà, qualche parente.

Beatamente feci una “cinquina”
E, disgraziatamente, vinsi niente.
Rovinai anzi per solinga china,
Grande papà perso precocemente.
E poi sprazzi di sole e tanta brina,
Risa e carezze a mamma sofferente…
Adesso - per finir… - rimo, in collina.