martedì 17 agosto 2010

"Libra" di Barbara Bracci (il Filo) - Recensione di Federica Volpe

Barbara Bracci ha intitolato la sua preziosa raccolta “Libra”, ovvero bilancia.
Potremmo dire che il lavoro della Bracci non è null’altro che uno splendido bilancio delle emozioni umane, una vera Via Crucis di trentatre poesie che tentano di spiegare a parole le parole che troppo spesso vengono usate senza farci troppo caso, senza dare troppo peso.
Barbara vuole, dunque, cogliere il peso specifico di quei concetti convenzionali ed umani, vuole sondarli, capirli, approfondirli, racchiudendoli in immagini, o in concatenazioni di immagini che tendono a sbalordire per la loro compattezza e brevità.
I componimenti della poetessa umbra, infatti, sono dotati di quella asciuttezza e di quella concisione che conferiscono all’intera opera il volto di un pensiero ben levigato, lucido, chiaro.
La Bracci è capace di un’essenzialità ben studiata, degna di una professionista della parola, e di una sonorità e di un ritmo unici ed originali, e le sue brevi poesie, spesso spezzate da enjambement o caratterizzate da visivismo grafico, dimostrano quanto questa giovane poetessa abbia imparato dal secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle.
Eppure la sua grande capacità di dominare la parola e la particolare destrezza che Barbara dimostra non le impediscono di essere insicura come ogni altro, non le impediscono di essere dubbiosa, curiosa, stranita. In una parola: umana.
“Insicurezza”, infatti, è la prima poesia, il primo concetto che la Bracci affronta.
L’ultimo concetto, “Complessità II”, è una reiterazione del tema (da qui il II che accompagna il titolo), ripetizione forse dovuta, appunto, alla sua complessità, che già Barbara aveva tentato di descrivere all’interno dell’opera senza, forse, a suo giudizio, riuscirci
Un'altra parola-chiave della raccolta è “Imperfezione”, un’imperfezione che ossessiona la poetessa nonostante la perfezione formale raggiunta, un’imperfezione che la perseguita anche nel suo nome (scrive in questa lirica: “Il mio nome. Due sequenze perfette / rotte dal finale / bar bar a).
Inoltre proprio in “Imperfezione” la Bracci scrive: “L’imperfezione, / unico piatto della bilancia, // Libra.”, trovando, così, il titolo che è emblema stesso dell’opera.
Avendo a che fare con una realtà che è “Complessità” a cui si tenta disperatamente di dare identità tramite l’uso della parola, è ben facile sentirsi impotenti, inabili, imperfetti, cogliere i limiti del proprio (anche se acutissimo e originalissimo) pensiero, cadere nel dolore che ognuno di noi prova nel trovarsi immagine di “Imperfezione”. Essa rimane, dunque, l’unico piatto della bilancia,
un piatto che Barbara ha saputo riempire di testi veri, pregnanti, corposi, facendoci condividere con lei il mistero di questa realtà assurda che alle volte ci investe e stordisce, di questa “Libra” immensamente difficile da descrivere quanto immensamente affascinante.


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