giovedì 5 agosto 2010

DAL GIORNALE DI BORDO AHAB - di Eva Bourke

FROM AHAB’S LOG BOOK
February 2002
For T. Michael Sullivan

For weeks the sea lay dozing like a cat
but three nights ago it turned over
shook its mane and rose up hissing
along the foreshore of Black Head.

Somewhere lost within its belly
tumbles my white whale,
small and luminous as a firefly.
I sailed into this westernmost town

at the dark edge of Europe
to shelter from the never-ending gales,
moored the Pequod
alongside a wrecked stone pier

and limped into the centre
of what seems to be a place
entirely preoccupied with holiness –
church spires, bells and convents everywhere

and since it was Ash Wednesday
the foreheads of the entire populace
were streaked with grey.
Their drink is the colour and smell of soutanes

which must be some local
form of penance,
all streets have saints’ names
and no doubt lead straight to heaven.

I bide my time in a sandwich bar
beside the tackle shop
and listen to a street musician strain
the mournful air through harp strings.

Having found a companion
in a wild-haired old man, a sailor
who claims to have lost his ship and crew
somewhere in the mountains of Armenia,

we solve riddles together, anagrams,
I ask him what kept Ishmael afloat
after the Pequod sank:
a coffin, a barrel of oil, a lifeboat, a mattress?

He asks me what I saw
in the gold doubloon I nailed to the mast,
myself, God,
the face of evil?

This is how we pass the night
while the storm clatters
on its typewriter
above the hostelry roof.

The terraced houses lie in wait
linking arms.
If they abide long enough
they might witness the showdown.

All paths leading to the water
are empty,
the hours last
as never before.
I can expect little from the sky
from which darkness hangs
like a saw-toothed star,
a poem dictated to the night in a boarded-up room.



DAL GIORNALE DI BORDO AHAB
Febbraio 2002
Per T. Michael Sullivan

Per settimane il mare ha poltrito come un gatto
ma tre notti fa si è rovesciato scuotendo
la criniera e si è sollevato sibilando
lungo il bagnasciuga di Black Head.

In un punto perduto del suo ventre
ruzzola la mia balena bianca,
luminosa e piccola come una lucciola.
Ho veleggiato in questa cittadina dell’estremo

Occidente al margine buio d’Europa
per ripararmi dalle infinite tempeste,
ormeggiando la Pequod
lungo un molo in pietra in rovina

e zoppicato verso il centro
di quel che pare essere un luogo
tutto intriso di sacralità –
guglie di chiese, conventi e ovunque campane

e poiché era Mercoledì delle Ceneri
le fronti degli abitanti
erano tutte striate di grigio.
Per drink hanno il colore e l’odore di tonache

deve trattarsi di una qualche locale
forma di penitenza,
tutte le strade hanno nomi di santi
e portano senz’altro dritte in cielo.

Aspetto il momento giusto in un bar
accanto al negozio sportivo
e ascolto un musicista di strada estrarre
una triste melodia dalle corde dell’arpa.

Avendo trovato un compagno
in un vecchio dalla chioma selvaggia, un marinaio
che sostiene d’aver perduto nave ed equipaggio
da qualche parte sulle montagne dell’Armenia,

insieme risolviamo rebus, anagrammi,
gli chiedo cosa tenne a galla Ismaele
dopo il naufragio della Pequod:
una cassa, un barile d’olio, una scialuppa, un materasso?

Mi chiede cos’ho visto
nel doblone doro che inchiodai all’albero,
me stesso, Dio,
il viso del male?

È così che passiamo la notte
mentre la tempesta martella
sulla sua macchina da scrivere
opra il tetto della locanda.

Le case terrazzate stanno in attesa
a braccetto.
Se reggeranno abbastanza
assisteranno forse alla resa dei conti.

Tutti i sentieri che portano all’acqua
sono vuotati,
le ore durano
più che mai prima.
Posso aspettarmi poco dal cielo
da cui pende l’oscurità
come una stella seghettata,
una poesia dettata alla notte in una stanza sprangata.


Da "La latitudine di Napoli", Eva Bourke,
Edizioni Kolibris 2010

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