mercoledì 7 luglio 2010

ISTRUZIONI PER L'USO - di Chiara De Luca; analisi critica di Federica Volpe

- Nun è - rispose er Merlo - che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m'infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

(Trilussa)

Non dovevi farti piccolo oceano

camuffato tra onde troppo lievi

nell’acqua a riva intrecciando

le tue funi lente alle caviglia

nella stretta ferma che magnetizza

e inebria verso il fondo della distanza,

né ricalcare le orme alle spalle

sbiadite dalla spugna dell’alba,

forzare le valve della conchiglia

accecando l’anima molle di luce

Ora che ti ho chiuso in parole

non ti sarà facile uscire, dovrai

minare il ponte di sintassi cadente

abbattere porte di congiunzioni

nascoste, accecare finestre

scardinare lucchetti di aggettivi,

girare chiavi di esclamativi

spezzare catene di preposizioni

al cancello a scorrimento delle mie finzioni,

trompe l'oeil di metafore e involuzioni

sollevare la botola esatta dei sensi

duplici impressi al dire per celarlo

fingerlo possibile, irradiarlo.

Avvelenare i roditori del bene,

bonificare le oscure cantine

di presenti ricordi futuri

spaccare gli specchi che ti oppongo

strozzarmi di lacci di silenzio

spaccarmi il cuore per uscire

mille volte ritornare

finché non restino soltanto macerie

sangue rappreso, avanzi di parole

L’introduzione che la lirica presenta è una strofa estrapolata da un a poesia di Trilussa (La poesia).

Essa fa da “istruzioni per l’uso” della lirica in sé e per sé, poiché forse l’autrice ha il segreto timore di non essere capita immediatamente o, più semplicemente, Chiara De Luca vuole semplicemente ironizzare sullo stato d’animo di chi ella ha rinchiuso nella poesia che segue, un’ironia che è, però, anche profonda comprensione e consapevolezza (così come avviene anche nelle prose e nei duetti).

L’introduzione, quindi, vuole fare da specchietto rivelatore dello stato d’animo di chi è rinchiuso nella poesia, e a cui la De Luca sta parlando.

La lirica, grazie a questo inserto iniziale, riesce così a trasformarsi in dialogo.

Nella poesia di Trilussa, nelle strofe successive a questa, il merlo rivela al poeta la paura di essere rinchiuso in una poesia, paura dovuta al fatto che esso teme di non essere rappresentato per quello che è realmente, che non venga riportato ciò che realmente esso vorrebbe dire.

La poetessa, dunque, si rende bene conto delle paure che gli altri possono provare nel sentirsi imbrigliati, e proprio per questo il suo non è uno sterile monologo privo di tatto, ma un aprirsi all’altro nella stessa poesia in cui ella imprigiona l’altro, cosicché entrambi siano deboli, entrambi siano alla pari.

La lirica è divisa, idealmente, in tre parti: una prima parte nella quale Chiara De Luca tenta di spiegare, attraverso una serie di negazioni, ciò che l’ha spinta a imprigionare l’altro in poesia, evidenziando soprattutto quali caratteristiche non l’hanno spinta a ciò, portando così, con l’esclusione, il lettore a farsi un’idea di ciò che invece l’ha mossa nell’ingabbiare l’altro nella sua costruzione poetica; vi sono, poi, una seconda ed una terza parte, che spiegano come si può uscire da questa gabbia.

Nella prima parte c’è un riconoscere l’altro quale “oceano”, ed è forse questo ciò che realmente porta la De Luca a immettere l’altro tra le mura della sua poesia.

A questo oceano viene detto, però, che per entrare in essa non aveva da farsi piccolo, da camuffarsi tra onde troppo lievi (non deve, quindi essere come tutti gli altri, conformarsi; oppure non deve indossare una maschera che permetta di incatenare l’autrice e trascinarla verso la distanza); questo perché l’oceano è immenso, profondo per definizione, ed il suo essere a riva, onda lieve, indica il suo fingersi superficialità. Ed è proprio la superficialità, la non profondità, che allontana poetessa e oggetto poetico. La De Luca nell’altro cerca profondità, non altro.

Altra negazione: l’altro non doveva puntare sul passato, su ciò che è stato e che mai più potrà essere, anche perché ormai il passato non è altro che un ricordo, sbiadito dalla spugna dell’alba.

Infine, non doveva neppure tentare di entrare nella poetessa, nella sua vita, con forza, cercando così di accecare con la fretta e la violenza nel solcare l’anima, che viene descritta come “molle di luce” (perché accecata dall’altro, o forse perché l’anima stessa è di luce).

In ogni caso si deduce che, per entrare nella lirica, non c’è bisogno dell’azione da parte dell’altro, ma l’azione viene svolta del tutto dall’autrice stessa, dalla sua sensibilità, dal suo occhio interiore wordsworthiano.

La seconda parte, invece, spiega quale percorso bisognerebbe compiere per evadere dalle pareti della lirica, ma viene presentato fin da subito come un percorso impossibile, una sfida di quasi sicura non riuscita. Vi è un lungo paragone che associa tra loro la poesia ed un edificio, che sembra avere, seppure lo si denoti solo dalle pennellate delicate e sottilissime che la De Luca ha dato nella descrizione di esso, le fattezze di un castello. Dunque la poetessa ha di sé e della sua poesia una visione precisa: esse sono protette, ereme, sopraelevate, distanti.

Ciò è ribadito dalla scelta delle componenti scelte: ponte, porte, finestre, lucchetti, chiavi, catene, cancello, botole. Questo dimostra come la poesia sia chiusa, ripiegata su se stessa e sulla sua propria immensa bellezza, fiore che fatica a sbocciare verso l’esterno che che ingloba in se per stordire di incredibile profumo (così come tende a fare, a mio parere, ogni poesia di Chiara De Luca).

Ma è anche compito di chi vi è dentro, e che dentro ci vive, quello di “fingerlo possibile, irradiarlo”.

Si racconta della fuga, eppure c’è, al contempo, il radicale desiderio di comprensione, che viene implorato sottovoce, con infinita grazia e dignità, anche nel momento immaginato della disfatta.

Nella terza parte, quella conclusiva, vi sono custodite delle altre istruzioni, istruzioni date dall’autrice con l’utilizzo dei verbi al modo infinito proprio perché tali: tutti verbi tremendi, distruttivi, tranne “bonificare”, il quale assume comunque una accezione negativa poiché bisogna bonificare cose di per sé buone, annichilirle.

Questa impersonalità aiuta anche, forse, la De Luca a impartire degli ordini che sono armi che ella stessa abbatte contro di sé, poiché conferendo all’altro le nozioni per uscire, e dunque la libertà, dà ad esso anche le informazioni necessarie a distruggerla.

In questa parte c’è una maggiore profondità, tanto che si parla di cantine, la parte sottostante il castello.

Per uscire da esso bisogna distruggere ogni speranza e buon proposito (i roditori del bene, i presenti ricordi futuri), spaccare le immagini positive che vengono attribuite all’altro dalla poetessa, uccidere con l’indifferenza del silenzio e spaccare il cuore, annegandolo nella sofferenza.

Ma Chiara De Luca è resistente! Non basta fare ciò una volta, ma mille, fino a che non resti del corpo solo un po’ di sangue e della poesia, che fa parte dell’autrice come un altro corpo, solo avanzi di parole.

Nel dare queste istruzioni, e soprattutto nel darle intere, si denuncia tutto il coraggio di una donna che ha sofferto, e che, nonostante l’immensa paura di soffrire ancora, ritiene giusto rivelare quella via di libertà, di redenzione per l’altro, (credendolo, forse, un bene per chi è stato infilato nella lirica).

Ciò che è davvero molto interessante è che la fuga non avviene, idealmente, dall’interno verso l’esterno, ma dall’esterno verso l’interno.

E questo avviene proprio perché niente si distrugge se non viene minato dal dentro, penetrato con lugubre cattiveria, con il solo intento di devastare, di fermare il cuore pulsante, di uccidere.

Per fuggire non basta il solo fuggire, si rimarrebbe comunque imprigionati per sempre tra le mura splendide della poesia.

Se se ne vuole davvero uscire, a tutti gli effetti, non si può lasciare tutto intatto, bellissimo, rigoglioso, fiero.

Bisogna annientare il castello e, inevitabilmente, il suo fortissimo e al contempo delicatissimo artefice.

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