mercoledì 23 giugno 2010

DENTE DI LEONE - di Patrick Deeley - traduzione di Chiara De Luca

Il più lungo produce una radice di due metri;
il più corto a stento una coda rinsecchita. Piota
e vanga, dove starei andando?

Non fuori con i convitati stanotte.
Il bouquet di ristorante avrà da fare,
alitato da quattro porte in basso.

E questo prato, illuminato di denti di leone.
I loro gambi mi colano latte amaro sulla pelle;
nulla danno se non danno

tutto—il fazzoletto nascosto
si levano in gruppi. E io, facendo leva su di loro
tra viluppi d’erba con accorto

garbo, mi crogiolavo dentro il pensiero
che in un tempo antecedente li amavo.
Allora pareva esserci spazio, abbondanza

in distese di fiori selvatici, ma queste
erano ancora erbe—mi misero
in ginocchio, maledissi l’agricoltura, la grande oscurità

calò, il mondo solcato da ruote, che si adattava
finché non scordai e fui scordato,
mi trovai solo, e seppi che era naturale.




in anteprima una poesia da "Le ossa della creazione", di
Patrick
Deeley, in uscita nella collana Snáthaid Mhór- poesia
irlandese
contemporanea (Edizioni Kolibris)



testo originale:

DANDELIONS

The longest yields a three-foot root;
the shortest squeaks a snaggy tail. Sod
and spade, where would I be going?

Not out with the diners tonight.
The bouquet of restaurant will have to do,
breeze-borne from four doors down.

And this lawn, lit with dandelions.
Their stalks break bitter milk on my skin;
they give nothing unless they give

everything—the withheld scrap
comes up in clusters. And I, levering them
through mats of grass with meticulous

gentleness, lull myself into believing
I loved them in an earlier time.
There seemed to be room then, abundance

of wildflower places, but these
were weeds still—they brought me
to my knees, I cursed tillage, the big darkness

fell, the world wheeled by, suiting itself
until I forgot and was forgotten,
and grew alone, and knew this was natural.

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